Dal finestrino dell’aereo non riuscivo a credere che ai piedi di quelle creste aguzze ancora parzialmente innevate, frastagliate da un mare nero che incuteva timore, potesse sorgere una cittadina.
Invece Ushuaia era là, stesa sulla costa ad aspettare. Che altro alla fin del mundo non si può fare, non è prevista la continuità del ricambio. Qui la terra gira più lenta, e l’attesa diventa regola, diventa respiro che fa male perchè nulla rimane da vivere se non si è stati un giorno lì ad aspettare di veder calare il sole, quel sole infinito che a gennaio sembra non tramontare mai.
Così Ushuaia mi ha preso e non mi lascia andare.
Sarà l’effetto della prima nuda occhiata intorno, all’uscita di quel piccolo aeroporto spoglio rubato al mare, o il primo respiro di un’aria che mi sembrava diversa, o forse solo i monti del Cile persi nelle nuvole basse e grigie, così vicini allo sguardo e così lontani invece nel mio geografico ricordo; non so cosa sia, ma quel posto estremo mi ha affascinato dal primo momento.
Ushuaia non è una meraviglia, non lo è l’agglomerato urbano e non potrebbe esserlo, essendo nata a corredo di una prigione.
Girovagando per le strade la prima parola che viene in mente è disordine. Le strade sono irregolari, il fondo dissestato e nei pochi tratti decenti assurdi rallentatori posti di traverso mettono a dura prova le auto che circolano, anch’esse in condizioni generalmente mediocri. Ma gli autisti dei remìs non ci fanno quasi caso, e sobbalzando percorrono veloci strade e sterrati come provetti piloti da rally.
Le case, che sorgono lungo le uniche tre vie della cittadina, non hanno una fisionomia precisa, ognuna a suo modo riflette lo spirito pioniere che ha animato i primi abitanti del luogo. Era l’esigenza che portava a riciclare tutto, quando anche il più piccolo avanzo andava recuperato. Ragion per cui a vecchie abitazioni con pareti in pezzi di lamiera e mattoni si affiancano edifici in legno ormai cadente alternati a moderni condomini di tre piani. La via principale è un unico lungo susseguirsi di negozi per turisti. Ma il turista qui, nell’estremo della terra del fuoco, è un privilegiato che può e deve anche pagare più del giusto qualsiasi cosa, si tratti di un capo di abbigliamento o di una semplice bottiglia d’acqua; perché più oltre non c’è nulla, ma nemmeno prima c’è qualcosa. Si paga il diritto all’unicità, la tassa sulla consapevolezza di essere all’ultima frontiera del continente. E come per capo Nord in Europa, anche lì si taglia un traguardo in fondo inutile; come premio c’è solo il sapere di essersi conquistati un limite, pur se di un limite fittizio e quasi alla portata di tutti si tratta.
Poi ci sono i cani. Sono forse loro il simbolo di questa terra, più del vento o dei pinguini. Ce ne sono a decine per le strade; sono meticci di razze indefinite, di tutti i colori e di tutte le età. Girovagano apparentemente a casaccio ma senza infastidire nessuno. Hanno maturato un istinto, meticcio anch’esso, che li porta a non superare mai la misura con nessun umano così come li conduce per la strada trafficata senza correre alcun pericolo. Attraversano impavidi senza degnare d’uno sguardo chi arriva, e come fosse una danza concordata schivano auto e pedoni con elegante noncuranza, col muso attento sempre rivolto ad un altrove appena più in là. Ogni tanto se ne vedono passare tre o quattro in gruppo, malassortiti come sembra logico e sposandosi perfettamente in tal modo col resto della città.
Ecco, questo posto così irregolare mi ricorda un patchwork, un qualcosa di nato a nostra insaputa dagli scarti, come una pianta da frutto che scopriamo di avere ingiardino senza averla piantata; nata da un seme caduto e cresciuta selvaggia, col solo imperativo della sopravvivenza.
Però è bello esserci, osservando il canale di Beagle perdersi tra isole ed isolotti. Indovinando leoni marini e pinguini che basterebbe una barca a remi per andarli a trovare e coronare il sogno di trovarseli davanti, rendendo reale quello che è sempre vissuto solo nella mente o dietro uno schermo.
La gente di Ushuaia non è come il resto degli Argentini, ammesso che di popolo argentino si possa parlare. Loro vivono la loro estraneità al mondo quasi con orgoglio, pur mantenendosi rispettosi e servizievoli nei confronti di chi è capitato lì. Sanno bene che si tratta di turisti mordi e fuggi, perché tre giorni e non di più quel posto può tenere; ma sono tre giorni pieni che generano, vedendo la città scomparire dal mare, quasi un senso di abbandono, come fossimo lasciati da una madre appena ritrovata. E i turisti arrivano ogni giorno da cielo e acqua con l’aria spaesata di chi credeva di sapere ma non si aspettava davvero di trovarsi lì. Le braghe corte e la guida aperta tra le mani, vengono vomitati dalle navi da crociera che stazionano in porto giusto il tempo di uno sbarco per l’acquisto di pochi souvenir; poi la ripartenza per doppiare capo Horn, l’altro limite, questo reale e tangibile.
Capo Horn è solo un’idea, un nome letto sui libri o una frase di canzone. Quello scoglio perso nel vento che spazza le onde creando minuscole nubi di vapore è uno scenario aperto agli occhi di chi guarda. Si sogna, osservando il faro apparire e scomparire nelle nuvole basse, e mentre a fatica si cerca un equilibrio appena decente ci si chiede come faranno a volteggiare così tranquilli i gabbiani in quelle folate gelide e violente. Si sogna di chi vive lì, quella famiglia che una volta l’anno, a rotazione, viene ricondotta al continente e riportata alla normalità sociale, mentre a noi verrebbe voglia di restare per sempre, lontani dal chiasso e dai mille vincoli della vita quotidiana.
Anche le grandi navi da crociera si fermano rispettose davanti a quello scoglio; le macchine fotografiche scattano all’impazzata lo stesso panorama mosso, il verde scuro dell’erba bagnata in lontananza con lo sfondo di un mare color ferro.
Poi, con l’urlo cupo di una sirena, ripartono per il prossimo parco giochi, doppiando il capo con semplicità, scavalcando in pochi minuti centinaia d’anni di storia e di relitti schiantati che giacciono sul fondo.
Intanto ad Ushuaia due giovani continuano a danzare la malinconica speranza del loro tango, alternando infiniti incroci di gambe e sguardi roventi per un cappello capovolto sempre più difficile a riempire.
E capo Horn per loro è solo un nome sulla carta.
Intanto che il ricordo è ancora fresco in testa provo ad iniziare, con questo brano, quello che vorrebbe essere una specie di diario del mio recente viaggio in Argentina.
Spero possa piacervi così come è piaciuta a me, turista fai da te, quella meravigliosa terra.
piace il senso di “più oltre non c’è nulla, ma nemmeno prima c’è qualcosa.”
e i cani, che l’istinto l’ho percepito per quello che è, senza eufemismi: bastardo.
bene che hai corretto il verde.
e non so se per i ballerini capo horn sia solo un nome sulla carta, per me lo è – rovigo – ma da rovigo non mi arriva nulla nel cappello, né in andata né in ritorno.
Grazie del passaggio PE.
Con l’ultima frase intendevo dire che per loro, i ballerini, capo Horn è solo una meta che probabilmente non vedranno mai, troppo impegnati a procurarsi da vivere in quel modo così precario (in effetti avrei dovuto pubblicare anche la foto dove i due ballano per strada davanti ai turisti col cappello capovolto per raccogliere le offerte).