
Se avessi in mente quell’ultimo saluto
prima d’averti in bilico
alle malferme corde di trapezio
dovrei dirti del mondo che è di sotto
dentro gli scavi aperti, nella pioggia.
Dovrei dipingerti di un tempo
addosso come cencio d’olio
a fissarne saturo l’odore
la nebbia malsana dei porti.
Dovrei chiederti in prestito la pelle
quella usurata dai calci
o la membrana dei sogni resistenti
attaccati rabbiosi alle ringhiere.
E fermarti all’imbocco del bavero
prima di chiuderti al vento
e sfilarti una ruga dagli occhi
o un capello fuggito.
Dovrei rapirti ciò che resta
della tua voglia di parlare
cucirlo al privilegio del silenzio .
Ma trovo il tempo di gitane rose
dentro i tuoi occhi nudi.
E tanto basta a non chiederti chi sei.
Di tutto quanto il vento va ciarlando
conserva solo il pianto delle foglie.
Lo capiresti poi che sono io
dall’andatura incerta tra le cose
quando è nell’aria, l’aria
un fermo immagine di noi
dentro ogni tempo.
A.M. Gennaio 2012
mia amata
possa placcarti l’animo,
ogni volta ch’immagini dipinte
quell’umiliate membra,
la pazienza
del prezioso fragile fremito
d’una foglia
c’ha dipinto ancora
e ancora il cielo
vergando mezzelune a mezz’aria
con la capillare forza
delle cose ch’avvengono
a tormento dell’agghiacciato silenzio
che tu stimi privilegio, e lo è …
non s’alzerà mai più però
eppur’io sono lei
marcendo nel fango
fino a filigrana trasparente
delicata trama che ti nutriva d’amore
tienimi
tra i fogli della tua vita
mia amata?…
ma dove t’ho trovato attèeeeeee?
bon ocram. Mio virtualissimo spasimante, quel ‘tienimi’ è quasi imbarazzante.
Ma volentieri accolgo la supplica.
Sorrido.