I gelidi silenzi delle guerre che stanno per finire non mi appartengono più.
Così non sarò alla parata finale, ostentando bandiere ed armi luccicanti al sole della vittoria. E non avrò sorrisi per le donne festanti, no nessun sorriso a rallegrarmi il volto.
Perché io non sarò più battaglia, né armistizio. Non firma sul trattato o discorso alla nazione.
Solo nome sul marmo, lunghe file di marmo in forma di croce ad insegnare che guerra è giusto. Che guerra è bello.
Vi prego, non fatemi il dispetto di una sepoltura degna, di una tomba incolonnata a semicerchio con le altre mille a disegnare terra e cielo.
Non rasate l’erba l’intorno né coltivate siepi e fiori a coronamento.
Non sia quel posto un parco giochi ai figli dei superstiti, vi prego.
Lasciate aperte fosse e legno, che ognuno possa veder l’effetto blasfemo della mitraglia, l’onta della scheggia che lacera la carne, la vita sospesa sull’orlo dell’eterno.
Lasciate l’osso magro spuntare dalla divisa, la mandibola storta sotto l’elmetto, la mano fredda che sembra accarezzare il fango.
Ma lasciatemi addosso la foto di mia moglie, macchiata da un sangue nero diventato ormai qualunque, ed esponetemi alla pioggia, che mi lavi ancora com’era un tempo. Quel tempo puro ch’io nemmeno mi ricordo.
Mettetemi in mostra così come sono, carne una volta, adesso che importa.
Che almeno una morte, la mia, serva a qualcosa, a qualcuno un giorno per ribellarsi al verbo devi.
E non sia inutile questa rinuncia.
Che il mio andare è già segnato, come affondare piano sapendo già di non voler nuotare.

Come al supermarket:
compro “Lasciate aperte fosse e legno, che ognuno possa veder l’effetto blasfemo della mitraglia, l’onta della scheggia che lacera la carne, la vita sospesa sull’orlo dell’eterno.” … e butto via sull’umido tutto il resto.
Marco, non so perchè ma avevo la sensazione che il tuo commento sarebbe stato esattamente questo.
Non che la cosa mi susciti particolare sdegno, ci mancherebbe, è che avessi in vita mia scritto una cosa una che ti è piaciuta….
Vabè…selavì.
Grazie comunque dell’attenzione.
Grix,
ogni volta che leggo questo brano mi sento come un maratoneta che necessita di un posto di ristoro appena 100 m dopo la partenza; forse sono io che ho allacciato troppo strette le stringhe delle scarpe, forse se tu che hai scritto un incipit con l’elastico…
“I gelidi silenzi delle guerre che stanno per finire non mi appartengono più”
Mi succede di non passare indenne su questo incipit Gricio, ci torno su ogni tot righe e mi chiedo molte cose: ci può “appartenere” al plurale qualcosa che si è vissuto sulla propria pelle probabilmente solo una volta? La GUERRA, quante volte in una vita, pur sopravvivendo?
Mi spiego meglio, o cerco di farlo:
L’ultima in ordine cronologico è quella in Iraq, voluta da Bush, 2003/2011; quella precedente fu quella del Golfo, nel 1991.
E’ possibile che qualcuno le abbia vissute entrambe, armi alla mano, intendo?
che grado è “Capitano”? è Ufficiale minore? la prima, forse, eri soldato semplice?
O, forse “le guerre” sono tutte, ci appartengono in quanto figli della storia, siamo stati in Russia, in Vietnam ed in Kuwait?
può essere, ma allora, finchè non è toccato a noi di starci dentro con tutte le scarpe, bene o male abbiamo contribuito a quei gelidi silenzi? è questo il senso di quel NON PIU’ appartenere?
Non sto parlando di fatti o di verosimiglianza storica, Gricio, sto parlando di scrittura e di come una frase, una sequenza di parole, l’uso del soggetto, possa fare un’enorme differenza, sembrare un’arma piuttosto che un’altra, sparare un proiettile unico e preciso o una rosa di pallettoni, e infine spostare di brutto la mira (tanto per stare in tema) variando l’effetto.
Non so Gricio; forse se l’incipit fosse stato “Non voglio che mi appartenga il gelido silenzio delle guerre che stanno per finire” avrei sentito più forte e chiara l’immedesimazione con questo Miller, condividerei con lui la volontà , la necessità, di sentirmi ( o essere) diverso, il bisogno di gridare anche da morto un monito a non rispettare quel DEVI.
Non so, davvero.
Forse è per via della foto della moglie, che me lo rende molto “normale” e poco “di carriera” questo soldato, uno di quelli che – appunto – ha “dovuto” e non voluto.
O forse sarà la foto di Tom Hanks, il Miller di Spielberg a darmi la ragione del tutto ( e però anche a negarmela): questi, come li dici tu, possono anche essere stati gli ultimi pensieri di Miller, ma di fatto è lì sotto ad una croce e alla bandiera svolazzante, sia nella realtà che nella finzione cinematografica, e ci è voluto Gricio a dire che non era questo che lui, Miller, avrebbe voluto rappresentare.
E’ inefficace anche narrativamente quel primo pensiero, Gricio, perchè come dicevo all’inizio non esprime con dovuta forza un rifiuto “ideologico”(e non importa se poi disatteso: quando si muore decidono gli altri di impacchettarti e, per forza di cose, riporti da qualche parte!) ma maturato nell’unica esperienza “attiva”, però a seguito di tanta, precedente, passività e/o “accettazione”.
E anche qui Gricio ci hai fatto sapere quanto ti indispone che il genere umano non impari mai niente di niente dai precedenti storici e addirittura ne faccia spettacolarizzazione, business, industria e indotto. E su questo concordo pienamente con te, sallo.
Mi sono capita? Io sì, ma mi rendo conto di essere stata particolarmente prolissa.
Nell’inizio c’è molta meno filosofia di quanto ci hai letto PE.
Questo brano è (vorrebbe essere) proprio una specie di interpretazione, da esterno che sa come finirà, degli ultimi pensieri proprio del Miller interpretato da Tom Hanks.
Se ricordi bene la scena finale (appunto gli ultimi minuti di vita del nostro) non ti sarà sfuggito che a causa di una esplosione lui è parzialmente rimasto sordo, o almeno così si intuisce dal film. Ecco il perché dell’incipit. Cerca di ricordarlo nel suo sguardo perso, lui ferito che carponi cerca di ritrovare l’equilibrio, che prova a raggiungere l’innesco della bomba che farà saltare il ponte.
Io ho cercato di dare pensieri (gli ultimi) a quell’uomo, non altri provando ad “attaccargli “ addosso le altre tracce che ha lasciato -o che vedremo- durante lo svolgimento del film.
Le croci compaiono alla fine, lunghe file di croci a semicerchio, come nei cimiteri di guerra americani.
Il suo pensare è quasi colto, poetico, e lui insegnava letteratura.
Amava la moglie, e se ritrovare Ryan era l’unica possibilità di tornare da lei, ebbene quella sarebbe stata la sua missione.
Odiava la guerra (ogni volta che uccido un uomo mi sento sempre un po’ più lontano da casa).
Insomma mi sono capito no?
Voglio dire che in questo caso Miller non è un simbolo (anche se in realtà un poco lo deve essere), ma proprio un personaggio. Non so se attinente al centopercento a quello della pellicola, ma per quello che mi interessava dire credo bastasse come ho scritto.
Dici che è incongruente il suo apparire (visto che lo sappiamo morto) sotto alla croce in marmo con la bandiera sventolante mentre lui altro avrebbe voluto per se (mettemi in mostra ecc.)? Si forse, ma forse anche no, visto che come giustamente sottolinei, una volta morto non sei più padrone del tuo corpo.
Mah, non so, sono perplesso sulle tue osservazioni relative all’incipit. Ci dovrò rimuginare su.
e secondo te Gricio, perchè ci ho letto tanta filosofia, solo perché mi andava di filosofeggiare o forse perché tu hai vergato a fondamenta una frase che ha la capacità di sorreggere un condominio (di pensieri collateralii) e poi ci hai costruito sopra la casetta dei sette nani?
ti faccio un esempio parallelo, facciamo come da bambini, facciamo finta che…
facciamo finta che la guerra sia come il calcio, c’è chi lo odia e a chi piace, chi lo comprende e chi no, chi lo ritiene necessario e chi lo aborra, e facciamo che qualche volta però si è chiamati a giocare per la patria e non si può dire di no.
facciamo che questo Miller si chiama Brambilla, ok…nella vita quotidiana insegna e ha una moglie, e gli viene detto “mettiti la maglia azzurra, canta fratellid’italial’italias’èdesta e vai a spaccare il culo agli avversari” e si trova lì…sul campo di calcio…e pensa “cazzo che schifo, ma mi tocca, una volta, questa cazzo di volta sta toccando a me”; poi qualcuno, in zona cesarini della finale, gli entra come un killer sulla gamba e gli spacca tibia e perone….
bene, io non credo che Brambilla incipiterebbe dicendo
” I crack delle ossa che si spezzano sordi come legna secca sul finire del campionato NON MI APPARTENGONO PIU’”.
come “non ti appartengono più” se non ti sono mai appartenuti prima d’ora, se ti ha sempre fatto schifo, se non hai mai condiviso, se sei lì per forza.
questa volta credo di essermi spiegata bene Gricio, quindi ti chiedo “mi capisci?” non è questione di quello che fai pensare a Miller, ma di come glielo fai pensare…e glielo fai pensare come se Miller a calcio ci avesse giocato per tutta la vita, come se di campionati e relative finali ne avesse giocati ben più di uno, come se fosse Ronaldo che si guarda l’arto scomposto e pensa “cristo, come ho fatto ad accettare tutto questo per tanto tempo? e mò m’incazzo e lo grido che il calcio è una merda e che la gente deve capire che le gambe servono per alzarsi la mattina e deambulare verso qualcosa di serio, utile, produttivo, vitale”.
è inutile Gricio spendere tanto tempo a spiegare le intenzioni; oramai bene o male siamo allenati a riconoscerle al volo e proprio per questo è di come sono state scritte che dobbiamo discutere, di come una frase piuttosto che focalizzare crei un velo di dissolvenza del senso, di quale e quanta sia la responsabilità dell’autore a stare sulla retta via dell’intenzione rispetto a quella del lettore a prendere altre tangenziali.